Leggende

Leggende
Grandissime storie e fantastiche leggende aleggiano all’interno di quest’ampia valle. I spagurasc, o spauracchi, animano le dicerie secondo cui, in Val Masino vagava un “confinato” ovvero un condannato che, dall’aldilà, era venuto in valle per scontare la sua pena. Un altro filone di credenze popolari riguarda le streghe, che si ricordano per la loro voluta capacità di far del male al prossimo.

Eremiti e viandanti misteriosi, che avevano l’abitudine di stare in cima ai monti, nei maggenghi per cercare qualche animale disperso o per prelevare dalle baite legna o fieno raccolti nei mesi estivi. Una delle leggende più importanti è quella dei Corni Bruciati talvolta ambientata erroneamente sul monte Disgrazia.
Qui si può notare e sentire il perfetto connubio tra la natura e l’antica mano dell’uomo che negli anni ha apportato le sue modifiche. Oltrepassato il nucleo di Cà Rogni, si potranno notare stupende pozze d’acqua azzurra. A 1092m, il grande prato di Cascina Piana, dominato dal monte Disgrazia, vi permetterà di fermarvi, se vorrete, in uno dei due ristori presenti sul versante montano.

L’ispirazione del racconto deriva dal color rossiccio delle rocce fortemente sbrecciate che rivestono le falde delle tre cime dei Corni Bruciati e invadono, in parte, il fondovalle di Preda Rossa. Racconta la storia di due fratelli, Scermendone ed Arcanzo, che stavano trascorrendo l'estate in alpeggio con le loro mandrie; il primo di animo nobile e gentile anche con il bestiame; il secondo rozzo e scortese. Un giorno arrivò lassù un pellegrino chiedendo ristoro, ma Arcanzo lo cacciò in malomodo. Scermendone che non era dello stesso parere del fratello prese di nascosto una ciotola di polenta e latte e la portò al poveretto. Questi ringraziò calorosamente e avvertì Scermendone che era in arrivo un brutto temporale, gli disse di radunare la mandria e di scendere dalla montagna senza mai voltarsi indietro. Il ragazzo, spaventato corse immediatamente dal fratello raccontando l'accaduto e chiedendo consiglio sul da farsi. Scermendone riflettè un momento e decise di scendere dalla montagna, mentre Arcanzo decise di restare. Era appena partito quando dietro di lui scoppiò un violento temporale. Preoccupato per la sorte del fratello si girò e improvvisamente rimase accecato.

Iniziò allora ad implorare l'aiuto del viandante e poco dopo udì una voce che lo rimproverava per non aver seguito il suo consiglio. Il ragazzo si giustificò dicendo che la preoccupazione per il fratello era troppo grande. Il pellegrino apprezzò l'amore fraterno e accompagnò Scermendone fino a una piccola sorgente , dove invitò il pastore a lavarsi gli occhi con quell'acqua. Così fece e recuperò immediatamente la vista, dopodiché si guardò intorno per ringraziare il suo benefattore che però era sparito. Capì che gli era capitato qualcosa di straordinario, si inginocchiò e ringraziò Dio. Scermendone era però preoccupato per il fratello e decise di tornare a cercarlo. Arcanzo che inizialmente stava portando la sua mandria in vetta, con l'arrivo del temporale, spaventato, decise che era meglio scendere. In malomodo cercò di spingere il bestiame verso fondovalle, ottenendo soltanto una fuga disordinata. Dopo non poche fatiche raggiunse la mandria in uno spiazo, ma non le maltrattò. La brutta avventura l'aveva fatto riflettere e cominciò a mettere in dubbio le sue prepotenze e i suoi egoismi. Il suo ravvedimento si consolidò quando, qualche giorno dopo vide il fratello che lo aveva cercato in ogni angolo della valle. I due fratelli si abbracciarono e da allora Arcanzo cambiò atteggiamento verso le persone e verso gli animali.

El gigiat, mostro di grossa taglia dalle sembianze non ben definite che vagava per tutta la valle e terrorizzava chiunque incontrasse, è un’altra importante storia di fantasia narrata nel corso degli anni. Si racconta che due anziani uomini di S. Martino si trovarono un giorno a Morbegno Volevano mangiare, ma non avevano i soldi. Entrarono in un'osteria e cominciarono a raccontare l'avventura che avevano vissuto pochi giorni prima durante una battuta di caccia, il tutto accompagnato da mimiche ed esclamazioni appropriate che attirarono l'attenzione dei presenti. Si raccontavano come avevano visto una bestia strana che chiamavano Gigiat e come si erano dati alla fuga non appena il mostro si era diretto verso di loro.. Poco dopo entrò un signore altolocato di Morbegno, che, incuriosito chiese ai due uomini di catturare e portare la bestia misteriosa a Morbegno. I due dopo aver astutamente ottenuto il pagamento del pranzo ed altri benefici tornarono allegri e soddisfatti in Val Masino. Passarono mesi e anni e nessuno si fece più vivo a Morbegno con il Gigiat

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